Incostituzionale chiedere la rimozione di un articolo on line?

La recente normativa per la tutela del diritto d’autore on line potrebbe essere dichiarata incostituzionale. C’è grande fermento nel mondo dell’Editoria on line e del Web in genere dopo la notizia, diffusa dalle Agenzie di Stampa, dell’accoglimento, da parte del Tar del Lazio, di un ricorso presentato da alcune associazioni che tutelano gli editori on line come l’Anso (Associazione Nazionale Stampa on Line).
In parole povere, la Corte Costituzionale, supremo custode della Costituzione Italiana, dovrà pronunciarsi sulla legittimità costituzionale del Regolamento per la “tutela” del diritto d’autore on line scritto dall’Autorità per le Garanzie delle Comunicazioni (Agcom).
Un provvedimento che aveva suscitato la dura protesta degli Editori on line  poichè, di fatto, introduceva una concreta disparità di trattamento tra le Testate giornalistiche on line e quelle veicolate con altri Media (Tv, Radio, Carta Stampata).
Un cittadino che si sente “leso” da un articolo pubblicato da un sito/quotidiano on line, può, a norma del Regolamento Agcom, richiedere l’immediata rimozione senza alcuna mediazione di un magistrato come è invece necessario per qualunque altro Media.
Addirittura, in caso di contenzioso, l’Agcom potrebbe ordinare al provider dei servizi Web l’immediata interruzione del servizio nel caso l’autore del testo/articolo si rifiutasse di rimuovere quanto pubblicato.
Circostanze che, per la Carta Stampata, la Tv e la Radio necessitano di un passaggio di “garanzia” attraverso un giudice ed uno specifico provvedimento della Giustizia.
la disparità di trattamento appare evidente ed ancor più se si riflette sulla possibilità che la richiesta di “cancellazione” possa essere fatta in totale assenza di un “diritto reale”, ad esempio da una persona che è semplicemente infastidita dal fatto che qualcuno parli delle sue “malefatte”.
Dove è andato a finire il Diritto di Cronaca? Dove è la tutela e la Libertà del Giornale edel Giornalista? Ma soprattutto, perchè si consente di creare giornali di serie A e di serie B?
A domandarselo il mondo del Web e, in particolare, l’Anso che, insieme ad altre associazioni di categoria (Femi, Open Media Coalition, Altroconsumo) ha presentato un ricorso al Tar del Lazio per chiedere se sia giusto che Editori che operano sul Web, con gli stessi obblighi e con le stesse regole degli atri Media, debbano subire un trattamento di “sfavore” nel momento in cui qualcuno dovesse pensare di essere stato “leso” nel suo diritto.
La procedura infatti è ben diversa nel caso in cui, ad esempio, fosse un quotidiano cartaceo a commettere un presunto illecito.
La parte lesa dovrebbe presentare una denuncia-querela, un magistrato esaminerebbe il caso e deciderebbe di aprire un eventuale fascicolo d’indagine e solo in casi particolarmente gravi e comunque sotto il diretto controllo della Magistratura, potrebbe ordinare un sequestro o un “oscuramento” del Media.
Garanzie costituzionalmente garantite e tutelate dall’articolo 21 della Costituzione Italiana che recita, è sempre bene ricordarlo:

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. 
La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.
Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria [cfr. art.111 c.1] nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l’indicazione dei responsabili. 

In tali casi, quando vi sia assoluta urgenza e non sia possibile il tempestivo intervento dell’autorità giudiziaria, il sequestro della stampa periodica può essere eseguito da ufficiali di polizia giudiziaria, che devono immediatamente, e non mai oltre ventiquattro ore, fare denunzia all’autorità giudiziaria. Se questa non lo convalida nelle ventiquattro ore successive, il sequestro s’intende revocato e privo d’ogni effetto

Appare evidente anche a chi fosse digiuno di Giurisprudenza la disparità di trattamento riservata alla Stampa on Line che, invece, agli effetti del Regolamento dell’Agcom sarebbe soggetta ad un obbligo di censura semplicemente su richiesta scritta del sedicente “leso”.
Nessun passaggio attraverso la Magistratura sarebbe necessario. L’oscuramento del sito/giornale avverrebbe per la sola decisione dell’Agcom.

I giudici del Tar del Lazio hanno sollevato il dubbio di incostituzionalità chiamando la Corte Suprema a decidere in merito.
La Corte Costituzionale dovrà quindi decidere se il provvedimento dell’Agcom sia o meno rispettoso della Costituzione.
I dubbi, vien da sè, sono molti.

Se la Corte Costituzionale decreterà l’illegittimità, il Regolamento dell’Agcom dovrebbe decadere immediatamente e la parola tornerebbe all’unico soggetto che, in Italia, può legiferare in materia: il Parlamento sovrano.

Non si tratterebbe, come diranno alcuni, di una vittoria della “pirateria” ma di una doverosa equiparazione tra Media diversi e la garanzia che, davvero, in Italia, la Legge “è uguale per tutti”.
Non si chiede e non sarebbe buona cosa, prevedere una “zona franca” sul Web che, anzi, deve essere normato e regolamentato esattamente come qualunque altro Media. Appare però ragionevole prevedere che sia un giudice a decidere, esattamente come avviene per qualunque altro caso del genere.

Adesso, in attesa del pronunciamento della Corte Costituzionale, la parola passa direttamente all’Agcom e ai suoi vertici che potrebbero decidere di “congelare” il Regolamento in attesa di chiarimenti della Corte Suprema e soprattutto in rispetto della Carta Costituzionale che è fondamento delle Leggi italiane. Oppure potrebbero lasciare che le norme restino “attive” con la spada di Damocle di un successivo allargamento della contesa.
Appare evidente, infatti, che se i giudici del Tar del Lazio hanno sollevato il dubbio di Incostituzionalità, l’Agcom potrebbe aver commesso un errore emanando il Regolamento.
Errore di cui le associazioni degli Editori potrebbero chiedere conto in sede giudiziaria.Giustizia

Diritto d’Autore. Condannata Yahoo Italia


Il Tribunale di Milano condanna Yahoo per la pubblicazione di video Mediaset.
Un nuovo punto fermo nel mondo della Rete dove, secondo alcuni sprovveduti, tutto potrebbe, o meglio dovrebbe, essere possibile e “autorizzato”.
Su specifica richiesta degli uffici legali Mediaset, infatti, il Tribunale di Milano ha condannato Yahoo Italia al pagamento di 250 euro per ogni video trasmesso e per ogni giorno di permanenza sulle pagine di it.video.yahoo.com
Secondo il magistrato giudicante, il colosso della Rete viola le leggi italiane sul diritto d’autore e quindi ha provocato un danno economico e di immagine a Mediaset.
Oggetto del contendere – procedimenti analoghi sono in corso anche per Youtube e molti altri canali video – è la possibilità o meno di caricare sui canali video, immagini i cui diritti di trasmissione e di autore sono detenuti da emittenti o case di produzione.
In pratica se sia possibile o meno registrare un programma (o una parte di un programma tv) per poi riproporlo su Internet attraverso un canale video non autorizzato da chi ne detiene i diritti.
Una battaglia “storica” che, ancora una volta, porta sui banchi dei Tribunali la discussione sulla libertà di Internet e della Rete.
Una libertà a 360 gradi ricercata pretestuosamente poiché il Web non dovrebbe essere considerato in modo diverso da qualunque altro “canale”.
Se tv, radio e carta stampata sono soggette alle regole, non si comprende perché Internet non dovrebbe esserlo.
E non si parla solo di libertà del “piccolo internauta” contro i colossi dell’economia ma anche, viceversa, della libertà di questi nei confronti dei singoli internauti. Non comprendere questo passaggio logico rischia di trasformare Internet in una sorta di mondo parallelo dove tutto è permesso e senza alcuna regola. Una situazione che solo apparentemente agevola i Cittadini che, per limitata capacità di mezzi e di fondi da investire, finirebbero con l’essere “inghiottiti” da una situazione da “liberi tutti”.
Troppo spesso si confonde Libertà con “assenza di regole”. Queste ci sono e valgono anche e soprattutto nella Rete. Far finta di non saperlo nuoce alla Legalità e, indirettamente, alla stessa causa di chi vorrebbe una Rete libera e senza ostacoli.
Ma torniamo al “fatto”: nel 2009 gli uffici legali di Mediaset trovano sul portale di Yahoo ben 218 video con copyright Mediaset per un totale di 21 ore di programmazione. Scatta la diffida alla pubblicazione e, poi, la causa in Tribunale e la sentenza.
“Il Tribunale di Milano – comunica l’azienda di Cologno Monzese – ha accolto le richieste del Gruppo Mediaset e ha stabilito che la diffusione non autorizzata di video televisivi di Mediaset da parte della società Yahoo! Italia costituisce violazione del diritto di autore”.
“Il Tribunale ne ha vietato l’ulteriore diffusione sul portale ‘Yahoo! Video’ – prosegue il comunicato Mediaset – fissando una penale di 250 euro per ogni video non rimosso e per ogni giorno di ulteriore indebita permanenza”.
“Questa decisione, ribadendo un fondamentale principio di diritto – dice la nota di Cologno Monzese – costituisce un altro passo decisivo nella direzione della tutela di tutti gli editori che investono nella produzione di contenuti originali e negli autori che li generano. Ancora una volta è stata infatti stabilita la diretta responsabilità dei provider in caso di diffusione non autorizzata di contenuti protetti da copyright. Viene così ulteriormente consolidata la giurisprudenza avviata dal Tribunale di Roma nei confronti di ‘Google/Youtube’ e dal Tribunale di Milano verso ‘Italia On Line’.
Il messaggio è chiaro. Il diritto d’autore vale anche su Internet. Vale per l’internauta che pubblica video di altri, vale per il fornitore di servizi che non controlla ma vale anche per chi, appropriandosi di foto, video e altro materiale privato, lo usa per scopi per i quali non è stato autorizzato esplicitamente.